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Un semplice diario di viaggio, per crescere. Passi di un cammino che vuole felicità e salvezza.

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giovedì 15 luglio 2010

Fuori dal mondo?

Come capita spesso, ricopio qui un mio commento, per conservare le mie riflessioni.

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Certo non apparteniamo al mondo, ma con esso apparteniamo a Dio.
Questa è anche la lezione teologica di San Francesco: la fratellanza col mondo.
Perché Egli stesso ha detto di essere Dio dei viventi.

Ciò per dire che come cristiani e cattolici non dobbiamo ritenerci custodi della Verità tramandata, da tenere come estratta dal mondo nella nostra particolare arca dell'alleanza, nelle nostre biblioteche. Facendo così torneremmo ad essere scribi e farisei, sepolcri imbiancati perché lontani dalla vita di ogni giorno e quindi dalla divinità.

Piuttosto dobbiamo sentirci felici beneficiari di una Verità che ci è stata svelata ma che vive in mezzo a noi. Il nucleo della Tradizione non è nel catechismo, non nella nostra pur preziosa e bimillenaria teologia. Il cuore della Verità che sappiamo sta nei Sacramenti, che sono i legami costitutivi degli anelli della lunga catena di testimoni viventi che ci collega ininterrottamente a duemila anni fa. La Verità per noi sta ad esempio nell'acqua del battesimo, nella parola del perdono, nell'unione coniugale, nel servizio sacerdotale ai fratelli, e soprattutto nel Pane. Sono tutti elementi di vita e la loro sacralità passa per le mani di uomini viventi.

Cristo, che è stato uomo, vive e cammina quotidianamente in mezzo agli uomini, non alle pergamene, ai libri (oppure nei blog) - insomma nei frutti dell'intelletto - proprio come ha fatto con il suo corpo duemila anni fa.

Sono cresciuto in una famiglia cattolica praticante, che mi ha trasmesso la feda ma forse mi ha troppo protetto dal mondo - o forse è il mio carattere timido che mi ha tenuto lontano. Ho avuto solo amicizie individuali, gli unici miei "gruppi" sono stati i compagni di scuola e gli animatori della mia comunità cristiana. Mai al bar o in piazza senza un motivo. A volte mi sento un po' a disagio, quasi incapace di stare con umiltà, serenità ma anche con sincerità, in mezzo ai miei coscritti. A volte metto tristi strategiche maschere per nascondere e proteggere le mie preziose verità (ma che inevitabilmente la negano). Sto cercando di imparare a vivere la mia fede in mezzo alla mia casuale quotidianità: al lavoro, con gli amici. In questo gli avverbi giusti mi pare debbano essere semplicemente e umilmente, ovvero senza ostentazione o imposizione morale, ma con testimonianza.

Certi tradizionalisti vogliono una fede manifestata stando a fianco del mondo. Che ci può giovare imparare Cristo, stamparlo nero su bianco e affiggerlo, ma non viverlo nemmeno un istante? Quanto può essere vera la nostra fede se non la viviamo in mezzo al mondo e ai fratelli? Non possiamo isolare la verità dal mondo. Certi progressisti invece pur di entrare nel mondo, rinunciano a Cristo. Non possiamo isolare la via e la vita dalla verità.

La Chiesa deve abbracciare il mondo per vivere Cristo.
La "Verità" vera infatti sta in mezzo alla "Via" e alla "Vita".

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sabato 1 maggio 2010

Per il buon lavoro

Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare».
Gli dissero: «Veniamo anche noi con te».
Allora uscirono e salirono sulla barca;
ma in quella notte non presero nulla.
Quando già era l'alba Gesù si presentò sulla riva,
ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù.
Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?».
Gli risposero: «No».
Allora disse loro:
«Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete».
La gettarono e non potevano più tirarla su
per la gran quantità di pesci.
Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro:
«È il Signore!».

(Gv 21, 3-6)

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Senza Te o con Te, tutto cambia!

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lunedì 26 aprile 2010

Dio perdona, noi difficilmente

Pochi minuti, poche battute per rispondere al peccatore che la interpella, costretta a scegliere, in nome della stessa Verità, se essere madre amorevole o severa matrigna.

(Ilaria Donatio, I ricatti della fede dietro la grata del confessionale, L'unità, 21 aprile 2010, pag. 28)

Così si conclude l'inchiesta. Confesso che mi è dispiaciuto leggerla.
Dispiace l'abuso di una cosa per me, per le persone come me, così importante. Un sacramento. Ma si sà: come la politica, l'economia e a volte la stessa religione anche la stampa, con il grimaldello del dovere di cronaca, non si ferma davanti al rispetto. Per sapere cosa pensano i sacerdoti sulla condizione di omosessualità non si passa attraverso un'onesta intervista a loro o a persone credenti che la vivono, con sofferenza, all'interno della Chiesa. Credo che il risultato, nel contenuto, sarebbe stato molto simile. Forse sarebbe mancato il gusto contemporaneo dell'andare oltre i meccanismi convenzionali, della trasgressione delle regole, della menzogna e del tradimento, dello spionaggio spirituale...
Questo è ciò che penso del metodo.
Ora, sul contenuto: l'attore della riconciliazione è Dio.
È Lui a perdonare, non la Chiesa, che semplicemente amministra.
Le opinioni dei sacerdoti oggetto dell'inchiesta possono pur esser differenti ma, nell'ottica della Chesa che si vuole criticare ma che in realtà non si conosce così bene per farlo efficacemente, il risultato della confessione è sempre lo stesso: l'abbraccio del Padre misericordioso, il suo "Fa niente... Ti voglio bene". Di ciò però tra le righe del giornale non c'è traccia. L'assoluzione è appena un accenno. Ma non è forse quella lo "spiraglio" che l'autrice cercava nel suo finto "viaggio penitente"? Più che uno spiraglio io lo definirei uno squarcio. C'è ampiamente, invece, il giudizio morale su una Chiesa che invece ben poco - per fortuna? - può fare in quel contesto: semmai quei sacerdoti avrebbero potuto percepire che non c'era sincero pentimento, ma simulazione, e non impartire quindi l'assoluzione. O forse, nel dubbio, sono stati troppo buoni? A di là delle loro opinioni, imperfette e imperfettibili, di quelle delle Chiesa, una cosa mi pare certa, se ben interpreto l'azione interiore della giornalista e a dire la verità anche la mia, quando mi ergo (come adesso) a giudice dei miei "fratelli": Dio perdona, noi difficilmente.

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